GENIO e SREGOLATEZZA ||| Le follie di Paul “GAZZA” GASCOIGNE
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https://www.cronachedispogliatoio.it/app/ #Gascoigne #Gazza #InghilterraScozia #Euro96 #Lazio 15 giugno 1996. Londra, stadio di Wembley. Siamo al minuto ‘77 della seconda gara del gruppo A. Sul terreno di uno degli stadi piu famosi della storia del calcio si affrontano i padroni di casa dell’Inghilterra e i rivali della Scozia. Gli ospiti si riversano in attacco, ma da un rinvio di David Seaman, la palla arriva al numero 8 dei Tre Leoni. Ha 28 anni, i capelli giallo ossigenati, una buona propensione al dribbling e fare risse dentro i pub. Quel ragazzo sta per mettere a segno la giocata più famosa della sua carriera. Un gesto tecnico che sarà anche l’apice di una carriera vissuta tra trionfi sul campo e violenti tentativi di autodistruggersi al di fuori. Il nome è Paul John Gascoigne. Paul nasce nel 1967 nei pressi di Newcastle. Famiglia manifesto della working class. Padre manovale, mamma operaia. I genitori gli regalano due nomi, in omaggio ai due “beatles” per eccellenza. Negli anni dell’infanzia, il pallone non è contemplato. Troppo poveri i coniugi Gascoigne per permettere al bambino qualche svago. Vivono in una sola stanza dentro una casa popolare e devono condividere anche il bagno. In una delle zone più povere del Paese, tra miniere e cantieri navali. Una realtà dura, sbattuta in faccia al giovane Paul con forza. E se il carattere non ti aiuta a combattere, tutto si complica. A 15 anni il giovane Gascoigne è già dipendente di slot machine. C’è una sola, grande consolazione ed è il calcio. Entra nella academy dei bianconeri di Saint James’ Park. Con il pallone ci sa fare. Si mette a centrocampo e svaria un po’ ovunque. Dribbling da ala, lanci da regista e buone capacità da finalizzatore. Il fisico possente lo aiuta a farsi strada tra i difensori british, poco avvezzi alle carinerie. Non gli manca quasi niente, eppure Stan Seymour, che del Newcastle è il numero uno, lo descrive con poche parole che suonano come una maledizione: “un George Best con poco cervello”. Non può emulare il mitico numero 7 dello United, ma possiede quel misto di classe e pazzia che lo trasforma in breve tempo in un giocatore – icona. Dopo quattro anni e più di 100 presenze con i Magpies, si sposta a Londra, al Tottenham. Quel salto di carriera necessario per diventare l’uomo immagine, assieme a Lineker, della nuova Inghilterra che, nel ’90, torna ai Mondiali. Quella squadra, guidata dal maestro Bobby Robson, è il mix giusto tra vecchi simboli del passato e la nuova generazione. Gazza, questo il soprannome con cui tutti lo conoscono, si infila la 19 sulle spalle e porta i suoi alla semifinale. Anche senza segnare un gol, diventa uno dei simboli di Italia ‘90. Gl inglesi battono il Camerun, in un 3-2 al cardiopalma ai quarti di finale e poi vanno a Torino a sfidare la Germania Ovest. Brehme fa 1-0, Lineker pareggia e la porta ai supplementari. Paul, però, sembra fuori dal gioco. Si fa notare per una ammonizione e poco altro. Ai rigori, come sempre, i tedeschi non ne sbagliano nemmeno uno e vanno in finale. Concludono quarti, ma intanto Gazza sa che, prima o poi, tornerà in quegli stadi a far impazzire i tifosi italiani. Nel 1992 Gascoigne ha 25 anni ed è calcisticamente al top. Passa alla Lazio, fortemente voluto dal patron Cragnotti. Forse meno da mister Zoff, un carattere troppo diverso dal centrocampista ex Spurs. Il suo arrivo è già di per sè storico. Nemmeno il tempo di mettere piede fuori Fiumicino che un fotografo viene pestato, una ragazza ferita e una vetrata frantumata. Il tutto senza nemmeno arrivare a Formello. All’aeroporto è il caos. Ed è solo il preambolo delle tre stagioni di Gazza all’Olimpico. Con Zoff nascono le prime incompresioni. Gli inglesi, storicamente, faticano ad adattarsi alla Serie A. Debutta alla quarta di campionato contro il Genoa, ma non basta. Il suo impiego limitato scatena Sergio Cragnotti. “Se sta bene, io lo farei giocare”. Zoff, che in carriera ne ha viste tante, ribatte. “Non prendo ordini da nessuno” riferendosi alla formazione da schierare. La svolta arriva domenica 29 novembre. Undicesima giornata. All’Olimpico si gioca il Derby della capitale. Una partita brutta, tesa, come molti derby. La paura di perdere che domina sulla voglia di fare 3 punti. Giannini la sblocca a inizio ripresa, ma a cinque minuti dalla fine, un cross di Signori arriva in mezzo all’area. Gascoigne, quel giorno con la 10 sulle spalle, stacca di testa e la infila per un pareggio insperato. L’inglese esulta correndo sotto la curva Nord, in lacrime. A fine partita, saluta i suoi tifosi unendo le mani, come un gesto di scuse.
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