Dal KFC alla SERIE A ||| La folle STORIA di Beto
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https://www.cronachedispogliatoio.it/app/ Dal KFC alla SERIE A ||| La folle STORIA di Beto Storie di calcio. Beto il gioiello che sta facendo impazzire Udine. «Ah si? Non vuoi allenarti?
Allora da domani porti le borracce a tutti». E lui zitto. La storia di Beto inizia così, con il
musone, lo sguardo torvo e la testa bassa mentre esce dagli spogliatoi. Punta di peso
dell’União de Tires (union de tirish), squadretta tra Cascais(kashkise) e Lisbona, più vicino
alla punta estrema dell’Europa che a Praça do Comércio (plaza du cumersiu). «Era alto,
secco e scalmanato». Parola di Luis Lopes, il primo allenatore del bomber dell’Udinese che
in 27 partite in Serie A, ha segnato 11 gol. Contro il Cagliari ha realizzato la prima tripletta
italiana. «Ne ricordo un paio al Tires. Per affinare la tecnica lo facevo palleggiare con una
pallina da tennis, poi gli promettevo dei regali, per esempio una merendina per ogni
esercizio corretto. Fisicamente era una bestia, doveva solo migliorare la qualità».
A 13 anni lo nota il Benfica, ma non è cosa: «Non era pronto, ma come si fa a rifiutare un
club del genere? È stato al posto giusto nel momento sbagliato. I compagni lo sfottevano
perché non era al loro livello, così rimase isolato». A fine anno chiede al presidente di
tornare nella sua vecchia squadra. Incontro da romanzo. Il discorsetto avviene a venti metri
dalla spiaggia, in estate, un’ora di chiacchierata sotto il sole con Beto in costume e il ‘pres’ in
pantaloncini corti. I due parlano, gli amici del bomber attendono. «Gli dissi che sognare di
fare il calciatore non bastava, Doveva disciplinarsi e tirare fuori la personalità. Gli consigliai
di avere gli occhi della tigre e di dimostrare ogni giorno il suo valore. Mi ascoltò».
Luis Lopes, il suo primo allenatore, lo convince a cambiare in modo netto la mentalità, lo
stile di vita, l’alimentazione e l’approccio agli allenamenti. Fa leva sul suo orgoglio: «Basta
serate, vai a letto presto. Arriva primo al campo e lascialo per ultimo. Così diventerai
grande». E Beto ascolta, cambia: «Doveva imparare a sacrificarsi, così gli imposi di riempire
le borracce. ‘Se sono vuote non giochi’. E lui si comportò con umiltà.Beto è cambiato lì».
Merito di un tecnico testardo e di un presidente amico. Luis e Fernando lo riportano in
campo. A 16 anni, per guadagnare due soldi e non essere un peso in famiglia, Beto ha
lavorato in un Kfc vicino casa. «Si era stufato del calcio, così si mise dietro il bancone a
prendere le ordinazioni».
Cappellino rosso e divisa d’ordinanza. Alcuni clienti lo scambiano per un giocatore di basket,
lui risponde che in realtà fa l’attaccante a calcio. Ma non ci crede più. Deve contribuire
all’economia di famiglia, dal pallone non guadagna nulla, o almeno non ancora. Nel 2018, a
vent’anni, inzia a ricevere il primo stipendio con l’Olimpico do Montijo in terza serie. Il resto è
cronaca: 21 gol, la chiamata del Portimonense, un anno di apprendistato e poi l’Udinese.
Nel mezzo la passione per le auto. Luis sorride: «Dopo aver preso la patente si era fissato
con le macchine di lusso. Ogni tanto guidava la Peugeot del presidente per divertirsi. Ora
facciamo il tifo per lui. Se penso a Beto mi viene in mente un gigante dalle gambe lunghe
che contrastava chiunque». A Portimão lo chiamavano l’Haaland portoghese. Merito di un
gol in rovesciata contro il Tondela in prima divisione. Ma bisogna stare calmi con i paragoni,
alla fine sono le strigliate ad essere servite.
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